Chi ha fotografato la Ragazza afgana? La storia di Steve McCurry

Ritratto di una donna afgana, forse la madre della famosa ragazza afgana immortalata da Steve McCurry.

Scritto da

Anselmo Lombardi

Pubblicato il

11 giu 2026

Indice

Basta uno sguardo agli occhi verdi della Ragazza afgana per capire perché quella fotografia abbia superato i confini del fotogiornalismo. Il fotografo della famosa ragazza afgana è Steve McCurry, autore di un ritratto realizzato nel 1984 che ha reso riconoscibile al mondo la storia di Sharbat Gula, rifugiata afghana in Pakistan. Qui ricostruisco l’origine dello scatto, il ritrovamento della donna nel 2002 e le lezioni visive ed etiche che questa immagine offre ancora oggi.

La storia dello scatto che ha trasformato un volto in un simbolo

  • Steve McCurry ha fotografato la ragazza nel 1984 in un campo profughi in Pakistan.
  • La protagonista si chiama Sharbat Gula e aveva circa 12 anni.
  • Il ritratto è diventato la copertina di National Geographic nel giugno 1985.
  • La sua identità è rimasta sconosciuta per oltre 15 anni.
  • Nel 2002 McCurry e una squadra della rivista sono riusciti a ritrovarla.

Chi è Steve McCurry, il fotografo della Ragazza afgana

Steve McCurry è un fotografo e fotoreporter statunitense nato a Filadelfia nel 1950. Ha raccontato guerre, migrazioni, religioni e vita quotidiana in numerosi Paesi, con uno stile basato su colori intensi, composizioni pulite e ritratti capaci di trasmettere una forte presenza psicologica.

La fotografia di Sharbat Gula non è però nata come un progetto separato o come una ricerca di un volto destinato alla fama. McCurry si trovava nell’area tra Afghanistan e Pakistan per documentare la condizione dei rifugiati dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Secondo National Geographic, il fotografo stesso raccontò di non aver capito subito che quel ritratto sarebbe stato diverso dagli altri realizzati quella mattina.

È proprio questo uno degli aspetti che trovo più interessanti. Le immagini storiche spesso nascono dentro un lavoro più ampio, non da una scena costruita per diventare famosa. La capacità del fotografo sta nel riconoscere un momento e nel trattarlo con attenzione, anche quando non sa ancora quale sarà il suo destino.

Dove e quando è stata scattata la fotografia

Il ritratto fu realizzato nel 1984 nel campo profughi di Nasir Bagh, vicino a Peshawar, in Pakistan. La ragazza fotografata era una rifugiata afghana di etnia pashtun, costretta a vivere lontano dal proprio Paese a causa della guerra.

McCurry utilizzava una macchina fotografica analogica e pellicola a colori. La fotografia venne poi scelta per la copertina del numero di National Geographic pubblicato nel giugno 1985, trasformando un’immagine nata in un contesto di emergenza in una delle copertine più riconoscibili nella storia del fotogiornalismo.

La copertina ebbe un impatto enorme perché univa due elementi difficili da dimenticare. Da una parte c’era lo sguardo diretto, quasi interrogativo, della ragazza; dall’altra il contesto dei rifugiati afghani, che l’immagine rendeva improvvisamente concreto per milioni di lettori.

Perché il ritratto è diventato così potente

Gli occhi guidano tutta la composizione

Il volto occupa gran parte dell’inquadratura e lascia pochissimo spazio all’ambiente. Questa scelta porta immediatamente l’attenzione sugli occhi verdi e sulla loro espressione tesa, senza distrazioni visive. Il soggetto non è inserito in un paesaggio che spiega la situazione, ma diventa lui stesso il centro della narrazione.

Il colore crea contrasto

Il rosso del tessuto che copre la testa contrasta con il verde degli occhi e con i toni più spenti dello sfondo. Non è soltanto una questione estetica. Il contrasto cromatico rende il volto leggibile anche in una stampa di piccole dimensioni e contribuisce alla memorabilità dell’immagine.

La posa sembra spontanea

Sharbat Gula guarda verso l’obiettivo con un’espressione seria e vigile. Non sorride e non assume una posa celebrativa. Proprio questa assenza di artificio dà alla fotografia una forza particolare, perché comunica vulnerabilità e dignità nello stesso momento.

Dal punto di vista fotografico, non servono attrezzature straordinarie per avvicinarsi a un risultato simile. Contano soprattutto la distanza dal soggetto, la luce morbida, la scelta dello sfondo e la capacità di aspettare una reazione autentica. Una fotocamera mirrorless moderna può offrire una messa a fuoco eccellente, ma non sostituisce la relazione con la persona ritratta.

Chi era la ragazza e cosa accadde dopo

Per molti anni il pubblico conobbe soltanto il volto della giovane rifugiata, senza sapere come si chiamasse. La sua identità rimase sconosciuta fino al 2002, quando una squadra di National Geographic guidata da McCurry riuscì a rintracciarla nella regione di confine tra Afghanistan e Pakistan.

La donna fu identificata come Sharbat Gula. Il confronto venne sostenuto da testimonianze e da analisi biometriche dell’iride, che permisero di stabilire che la ragazza fotografata nel 1984 e la donna ritrovata anni dopo erano la stessa persona.

Il ritrovamento cambiò il significato della fotografia. Prima il ritratto rappresentava soprattutto l’immagine astratta dei rifugiati e della guerra. Dopo il 2002, il pubblico comprese che dietro quel volto c’era una vita reale, segnata da spostamenti, povertà, maternità e nuove difficoltà.

Sharbat Gula non è soltanto il soggetto di una fotografia famosa. È una persona la cui immagine è stata vista da milioni di individui, spesso senza che questi conoscessero il suo nome o la sua storia. Questo dettaglio apre una domanda importante per ogni fotografo documentarista: quanto spazio deve avere il soggetto nella narrazione della propria immagine?

Cosa insegna questa fotografia a chi scatta oggi

La tecnica deve servire la storia

Il ritratto dimostra che una composizione semplice può essere più efficace di una scena ricca di elementi. Un primo piano, una luce leggibile e uno sguardo ben catturato possono raccontare più di un’inquadratura piena di dettagli. Io partirei sempre da questa domanda: che cosa deve ricordare davvero chi guarderà la fotografia?

La distanza è anche una scelta etica

Fotografare una persona vulnerabile richiede attenzione. Chiedere il permesso quando è possibile, spiegare l’uso dell’immagine e non trasformare la sofferenza in semplice decorazione sono passaggi importanti quanto la scelta dell’obiettivo.

Il successo di una fotografia non cancella la responsabilità verso chi vi compare. Un’immagine può diventare simbolica, ma il soggetto continua ad avere una storia, una cultura e diritti che non possono essere ridotti al solo impatto visivo.

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Il ritratto migliore non è sempre quello più perfetto

Molti principianti cercano nitidezza assoluta, pelle uniforme e uno sfondo completamente controllato. Nel caso della Ragazza afgana, però, la forza nasce dalla tensione emotiva, non dalla perfezione tecnica. Un piccolo difetto, una postura rigida o un’espressione non addomesticata possono rendere il ritratto più vero.

Per replicare questo approccio con una mirrorless, sceglierei una focale tra 50 e 105 mm, userei una luce laterale morbida e lascerei al soggetto qualche secondo di silenzio prima di scattare. L’obiettivo non è copiare la fotografia di McCurry, ma imparare a costruire un’immagine in cui persona, luce e momento lavorino nella stessa direzione.

Perché il volto di Sharbat Gula continua a essere ricordato

Il ritratto di Steve McCurry è rimasto nella memoria collettiva perché non offre una risposta semplice. Lo sguardo di Sharbat Gula comunica paura, diffidenza, orgoglio e resistenza, lasciando al pubblico il compito di interpretarlo.

La fotografia è diventata un simbolo dei rifugiati afghani, ma non dovrebbe essere osservata soltanto come un’icona grafica. Dietro quei colori e quella composizione c’è una bambina costretta a vivere la guerra, e dietro la fama dello scatto c’è il difficile equilibrio tra visibilità, consenso e responsabilità.

Per chi ama la fotografia, questa storia offre una lezione semplice e ancora attuale. La fotocamera può fermare un istante, ma è lo sguardo del fotografo, insieme al rispetto per la persona ritratta, a trasformarlo in una testimonianza che continua a parlare nel tempo.

Domande frequenti

La fotografia è stata scattata da Steve McCurry nel 1984 nel campo profughi di Nasir Bagh, vicino a Peshawar, in Pakistan. McCurry si trovava nella zona per documentare la condizione dei rifugiati afghani dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan.

La ragazza è stata identificata nel 2002 come Sharbat Gula. Una squadra di National Geographic guidata da McCurry la rintracciò nella regione di confine tra Afghanistan e Pakistan; testimonianze e analisi biometriche dell'iride confermarono la sua identità.

Il primo piano porta l'attenzione sugli occhi verdi e sull'espressione seria della ragazza. Il contrasto tra il tessuto rosso, gli occhi e lo sfondo spento rende l'immagine memorabile, mentre la posa spontanea comunica vulnerabilità e dignità.

L'articolo suggerisce una focale tra 50 e 105 mm, una luce laterale morbida e qualche secondo di silenzio prima dello scatto. La tecnica, però, deve sostenere la relazione con il soggetto e non sostituirla.

Quando è possibile, è importante chiedere il permesso e spiegare come verrà usata l'immagine. Il fotografo dovrebbe evitare di trasformare la sofferenza in semplice decorazione e ricordare che il soggetto conserva una storia, una cultura e dei diritti.

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fotogiornalismo ritratto composizione consenso rifugiati

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Anselmo Lombardi

Anselmo Lombardi

Mi chiamo Anselmo Lombardi e da 13 anni mi dedico con passione alla fotografia, al video e alla post-produzione. Quello che mi affascina di questi mondi è la possibilità di trasformare un'idea in un'immagine concreta, di raccontare storie attraverso la luce e il movimento. Sul sito sceltamirrorless.it cerco di condividere la mia esperienza, semplificando concetti complessi e aiutando chiunque voglia approfondire questi argomenti a trovare le informazioni più utili e aggiornate. Il mio approccio si basa sulla ricerca accurata, sul confronto tra diverse tecniche e sulla volontà di rendere accessibile anche il più tecnico degli argomenti, con la certezza che la conoscenza chiara e precisa sia il fondamento per ogni creatività.

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